Rimini non vive certo solo di questo, il lato storico-culturale ha un ruolo molto importante: la città infatti viene fondata dai Romani nel 268 a.C. che la ritengono uno snodo importante per i commerci fra il Sud e il Nord. Gli imperatori fanno erigere monumenti fra i quali citiamo l'Arco d'Augusto e il Ponte di Tiberio, durante il Rinascimento, sotto il dominio dei Malatesta, i più famosi artisti, tra cui Leonardo da Vinci, vengono ospitati a corte e producono opere del calibro del Tempio Malatestiano.
Molto attiva fu anche nell'Ottocento: ospitò molti di coloro che portarono all'Unità d'Italia, durante la Seconda Guerra Mondiale invece fu teatro di molti scontri e bombardamenti che per fortuna non distrussero le più importanti opere architettoniche. Infine ricordiamo che negli ultimi anni è diventata una dei centri congressuali e fieristici più importanti, anche a livello europeo.
IL LITORALE NORD
Fanno parte di Rimini Nord: Torre Pedrera, Viserbella, Viserba, Rivabella e San Giuliano a Mare.
In questa tratta la spiaggia si presenta relativamente stretta ma sicuramente ben attrezzata con il tutta la Riviera. Il fondale è davvero molto basso: si raggiungono i 5 metri di profondità a 500 metri dalla costa, quindi è l'ideale per famiglie e bambini.
Viserba è la frazione più grande di Rimini Nord, qui è presente la fonte Sacramora, la parte "al mare" nacque in seguito alla realizzazione della stazione ferroviaria che incrementò molto il commercio. Negli ultimi anni gli abitanti di Viserba sono cresciuti numericamente e sono andati a popolare la parte verso l'entroterra.
Torre Pedrera, la frazione più a Nord, deve il suo nome all'antica torre costruita nel 1673 presso il fiume Pedriera.
MARINA CENTRO
Non è una vera e propria frazione, ma tutti la chiamano così: comprende il porto ed è l'area centrale, dove ci sono gli hotel più importanti ed eleganti di Rimini tra cui il famoso Grand Hotel che Fellini ha reso celebre. La zona del porto è fitta di locali notturni che durante l'estate sono affollatissimi di turisti provenienti da ogni dove.
In questa zona la spiaggia è tra le più lunghe d'Europa e il fondale continua ad essere basso e sicuro.
IL LITORALE SUD
Bellariva, Marebello, Rivazzurra, Miramare e Alba adriatica.
Sono località prettamente turistiche tra la ferrovia e il mare. A partire dagli anni Sessanta, sono sorte molte palazzine che ora sono hotel economici e pensioni che accolgono i turisti da aprile fino a fine settembre circa.
Invece negli ultimi anni, oltre la linea ferroviaria, si sono moltiplicate le zone residenziali.
ENTROTERRA
Territorio molto ricco di storia, cultura e piacevoli scoperte enogastronomiche. Sono tre le vallate che compongono la zona e prendono il nome dai fiumi che le attraversano.
La Valmarecchia a Nord: Santarcangelo di Romagna, Verucchio, Torriana e Montebello. La Val Marano: Coriano, Montescudo e Montecolombo. Infine, più a Sud, la Valconca: San Giovanni in Marignano, Morciano di Romagna, Montefiore Conca, Saludecio, Mondaino e Montegridolfo.
Queste terre furono teatro di molte vicessitudini nel corso della storia ma l'influenza che più ha segnatop il territorio è sicuramente quella dei Malatesta e infatti in tutti questi borghi potrete ammirare i loro castelli, le rocche e le fortezze.
LE ORIGINI MITOLOGICHE
I Padri di Rimini
Nel bel frontespizio inciso in rame del Raccolto istorico della fondatione di Riminodi Cesare Clementini, il cui primo tomo vide la luce nel 1617, la pianta della città è affiancata a destra dall'effigie di Ercole, con la pelle di leone e la nodosa clava d'ordinanza, e a sinistra da quella di Noè, con in mano un grappolo d'uva e l'arca sullo sfondo. La singolare coppia raffigura i fondatori mitici di Rimini. Come molte altre città di remoti natali, Rimini vanta progenitori non meno favolosi che illustri. La tradizone che fondarla sia stato Ercole è veneranda : già Catone, in un frammento delle Oriaini tramandato da Annio, assicurava che Ariminum era stata fondata da non meglio specificati "compagni di Ercole!, lo stesso Tito Livio accennò, con una punta di scetticismo, alla paternità erculea. In tempi più vicini a noi la leggenda fu ripresa e animatamente discussa da una folta schiera di umanisti riminesi. Il punto più dibattuto non era la fondatezza del mito, del tutto pacifica, ma l'identità di Ercole: se si trattasse cioè del greco, figlio di Zeus e Alcmena, o dell'egizxiano Ercole Libio, figlio di Osiride e di madre ignota. Il più convinto supporter dell'egiziano fu proprio Clementini. In Italia Ercole Libio sarebbe approdato per combattere i Lestrigoni, che avevano tradito padre Osiride e coltivato usanze discutibili, a cominciare dall'antropofagia. Sbarcato sulla costa romagnola e "veduto e considerato il luogo tanto commodo e dilicioso", detto fatto vi impiantò la città di Rimini: il che avvenne 1720 anni avanti Cristo. Anche la tradizione che Rimini sia stata fondata da Noè è longeva e si basa sull'autorità di Macrobio e del caldeo Beroso. Il patriarca sarebbe qui giunto dopo il Diluvio, alla bella età di 878 anni. L'Italia era tiranneggiata, al tempo, da suo figlio Cam, che "non solo licenziosamente viveva, ma anco induceva gli altri a far il simile". Per un po' Noè sopportò, sperando che il giovanotto si ravvedesse, poi si spazientì e lo scacciò dal Belpaese. "Giunto Noè in queste parti," racconta Clementini, "e considerando il sito oltre ogni creder bello, e il terreno attissimo a produrre ogni sorte di frutto, et in ispecie il precioso liquor del vino", di cui -com'è noto – era inventore e robusto consumatore, vi fondò Rimini. Il mito è a suo modo eloquente, e se i "padri" di Rimini sono un semidio energumeno e un patriarca alticcio, qualcosa significherà pure. Così come non sarà senza significato il fatto ch ele "madri" – ossia le prime donne riminesi di cui si ha memoria – siano una strega che, con tre complici della stessa risma, sacrifica un bambino, e due orchesse che uccidono, macellano e si pappano diciassette viandanti.
Le Madri di Rimini
La prima è citata in un carme di Orazio. Nel quinto epòdo il poeta descrive, con minuziosa e un po' raccapricciante dovizia di particolari, l'atroce sortilegio perpetrato da un quartetto di fattucchiere. Per riconquistare i perduti amanti, accalappiati da altre signore, le perfide sotterrano un bambino fino al mento e lo lasciano morire di fame. Non senza mettergli sotto il naso i piatti più succulenti, onde distruggerlo con questa sorta di supplizio di Tantalo. Come tutte le streghe che si rispettano, le nostre sfaccendano intorno a un pentolone, dove gettano rami di cipressicimiteriali, caprifichi divelti dalle tombe, penne e uova di uccelli notturni e ossa strappate dalle fauci di una cagna digiuna. Con questo tenebroso rito accompagnano l'agonia del bambino.
Le quattro sono la napoletana Canidia – una famosa maga e avvelenatrice che ad Orazio aveva tirato un tiro mancino, rendendolo per qualche tempo impotente, e le sue complici Veia, Sàgana e, per l'appunto, "la riminese Foglia / dalla maschil lussuria" (qui il poeta sembra alludere, oltre tutto, a tendenze tribadiche e saffiche della strega di Rimini). La vicenda delle Orchesse è rievocata da Procopio da Cesarea nel capitolo XX del secondo libro delle Storie.
Corre l'anno 539. Un lustro ininterrotto di scontri fra Goti e Bizantini, scorrerie, saccheggi, devastazioni, ha ridotto l'Italia allo stremo. Infuria la carestia, mietendo migliaia di vittime e imbarbendo i superstiti. Ma cediamo la parola a Procopio:
"Si dice che due donne, in un villaggio oltre Rimini, mangiarono diciassette persone. S'era dato il caso che fossero le sole superstiti del villaggio: perciò gli stranieri che passavano di lì andavano a stare nella casa dove abitavano, e quelle li uccidevano nel sonno e li mangiavano.
Si racconta però che il diciottesimo ospite, svegliatosi dal sonno mentre le megere stavano per fargli la festa, balzò su, apprese da loro tutta la faccenda e le uccise entrambe".
Consigliere di Belisario, Procopio lo accompagnò nella spedizione in Persia e nelle successive campagne d'Africa e dell'Italia, dove fu testimone oculare e vigoroso narratore delle atrocità dell'interminabile guerra greco-gotica, combattuta senza esclusione di colpi e nel più fiero disprezzo delle popolazioni. Introdotto da una pagina di crudo e asciutto realismo, l'episodio delle orchesse riminesi si colloca in un contesto che lo rende credibile e coerente con la dichiarazione programmatica del proemio dell'opera: "Alla storia conviene la verità".
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